Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

1 Agosto 2016

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Omaggio o parodia?

Con Mogol Lucio Battisti è sprofondato come Don Giovanni nella monotona ripetitività di impersonare sempre lo stesso ruolo di seduttore, sempre la stessa maschera: nell'inferno rosa del «cantar leggero l’amore sul serio».

In "Anonimo" (1974, in “Anima latina”) Mogol cantava proprio del dongiovannismo, della pulsione ossessiva a sedurre come vizio (e condannandolo in quanto tale) del maschio, in un testo tra i suoi più autobiografici.

È notevole che Battisti scegliesse allora di concludere la canzone con una grottesca e parodica versione bandistica de "I giardini di marzo", brano che rappresentò forse il culmine della sua immagine di cantante sentimentale.

Come è altrettanto notevole che il primo degli unici due testi mogoliani che Pasquale Panella si ritroverà molti anni addietro a leggere ed interpretare sia proprio "Anonimo".


Se nelle intenzioni di Mogol, il titolo "Anonimo" intendeva chiarire che parlando di se stesso in realtà l’autore stava parlando di un errore comune a molti, forse per il Battisti del 1986 indicava la propria spersonalizzazione come interprete, ridotto a cantore dei pensieri di un altro. E siccome sappiamo che i testi dell’intero album “Don Giovanni” furono preceduti da lunghi colloqui tra Battisti e Panella, non è escluso che quest’ultimo abbia in realtà inteso farsi interprete dei pensieri di Lucio.




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