Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

5 Agosto 2016

- indietro | avanti -

immagine 

Quando incideva una canzone in studio di registrazione anziché cantare concentrandosi sulla corretta esecuzione del brano, Battisti “cercava di pensare ad una persona in particolare, cioè, come se stesse cantando la storia contenuta in quella canzone rivolgendosi ad una precisa persona, non ad un pubblico generico”.

La sua capacità straordinaria di comunicare emozioni sarebbe quindi riconducibile a questo stratagemma di interpretare il testo in modo da dare l’illusione che il “tu” della canzone sia proprio il singolo ascoltatore della canzone registrata?

Per essere più precisi Battisti diceva che “chi ascolta il disco secondo me sente questa cosa, e cioè che io mi sto rivolgendo a qualcuno in particolare, è un tipo di emozione che secondo me arriva, e in questo modo chi ascolta si immagina che io mi sto rivolgendo proprio a lui”.

In modo analogo, i testi di Panella pretendono di mettere in scena l’intimità con il singolo ascoltatore, cancellando ogni termine medio: autore, cantante e pubblico, non ce n’è per nessuno; persino la canzone evapora come una nuvola etilica. Panella li fa fuori tutti per ritornare all’origine del fenomeno della canzone registrata. Come in "Caroline e l’uomo nero" non resta che il singolo ascoltatore da solo con il disco e solamente nell’arco della durata della canzone.

Anche Pasquale Panella, come Battisti, si rivolge ad un ascoltatore solo ma non si tratta dell’uomo medio al quale parlava Mogol. Le sue sono le parole dette a un orecchio solo nell’intimità. Come cantava Pappalardo, nel fenomeno della canzone registrata esiste solo l’ascoltatrice:

«E il tuo orecchio è donna, ha tutto il corpo che ci serve, è vero o no? / Ti parlo arabo? / No cara mia / Vedi, non esiste mica un pubblico dei dischi, caso mai è uno solo / sei solo tu / Ti sto quasi addosso / Non c’è canzone tra di noi / Capito o no?».




Barattolo segui su facebook

- il blog | facebook -