Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

7 Settembre 2016

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LA MAPPA DEI BIANCHI

1986 - DG

Nel 1986 Lucio Battisti era ritornato per dire al suo pubblico che le canzoni sono delle merci come tutte le altre. Sono queste “cose” che provano sentimenti, non il cantante che le interpreta solamente (Le cose che pensano). Nel secondo brano della raccolta (Fatti un pianto) l’io cantante invita l’ascoltatrice a farsi un pianto come se poggiare un disco sul piatto del giradischi fosse la stessa cosa che cuocersi un piatto preconfezionato della grande distribuzione alimentare. Si trattava in definitiva di distruggere la figura mediatrice del cantante che sempre s’intromette fra l’autore e l’ascoltatrice in un triangolo amoroso nel quale “lei” gioca una partita doppia (Il doppio del gioco).

Venendo in contro all’esigenza di Battisti, Panella ha quindi svelato i retroscena della canzone commerciale per distruggere quel suo essere termine medio. Ma per ottenere questo risultato anche l’autore (come il cantante) doveva suicidarsi metaforicamente. Perché non resti che l’ascoltatore ad immedesimarsi nell’io cantante, anche l’autore doveva morire. In Madre pennuta, è dunque l’autore dei testi a compiere una metaforica “svolta” finendo fuori strada: basta con il racconto di storie di vita vissuta. Suicidandosi l’automobilista aut-ista rinasce come aut-ore, autentico figlio della scrittura.

Non solo Battisti ma tutti i suoi colleghi ugualmente vocianti (gli Equivoci amici) confezionano calzoni come canzoni. La metafora dell’attaccapanni racchiude l’idea che ogni cantante riveste i panni del personaggio cucitogli addosso dall’autore (Don Giovanni). Panella si domanda allora che vita abbia fatto in tutti questi anni l’ascoltatrice credendo alle parole vane delle canzoni (Che vita ha fatto). D’ora in poi se coleranno ancora lacrime sarà solo per la fine della canzone tradizionale. Dopo la pioggia di ortaggi sul palco, la scelta definitiva di Battisti e Panella continuerà sicuramente a far discutere e colare litri d’inchiostro da parte della critica (Il diluvio) ma soprattutto scontenterà quella cospicua porzione di pubblico che avrebbe voluto continuare a credere nell’illusione sentimentale delle canzoni mogoliane.




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