Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

24 Novembre 2015

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Tra Giacomo Leopardi e Peppino Di Capri.

«Silvia, ti ricordi? / Roberta, ascoltami»

Dopo aver recitato "Don Giovanni" e "I ritorni" Pasquale Panella conclude con questo verso misterioso in riferimento forse al poeta di Recanati che proprio un 29 settembre del 1828 finì di comporre "A Silvia" («Silvia, rimembri ancora..») e a un successo del cantore di Capri che nel 1963 gridava appunto «Roberta ascoltami»




Trascrizione

«Non penso, quindi tu seiQuesto mi conquista
L’artista non sono io
Sono il suo fumista
Son santo, m’illumino
Ho tanto di stimmate
Segna e depenna Ben Hur,
Sono Don Giovanni
Rivesto quello che vuoi
Son l’attaccapanni
Poi penso che t’amo
no no no no no anzi, che strazio
che ozio nella tournée di mai più tornare nell’intronata routine
del cantare leggero l’amore sul serio
Qui Don Giovanni ma tu, dimmi
chi ti paga?
E da quel punto in poi sentimmo sotto di noi
Svolgersi il sentimento
Largo e intento ad una tutta sua meditazione
Non curante che sopra la sua pelle si ballasse
Le foglie coi barattoli, le casse con i tronchi senza cuore
E lo scandaglio calava dalle prore
Poi ritornava su chiedendosi perché, perché ritorno
È sempre per prova che sulle labbra torna la parola amore
Per prova ed esercizio perché si sa che poi non si sa mai
Che potrebbe tornare utile, tornare per raccontare
Il furore, il gelo e le notti aurore
Bianca e assai provata, scampata per un pelo
Per poter ritornare come dalle crociate
Un futile sopravvissuto a tutto che ritorna
Più utile che vivo, quindi innamorato ancora
E torna, torna lei gli ha detto torna
Ed era una bambina che gli diceva torna
Abbiamo un solo limite l’amore che ci divide
Come la ragione perché con la ragione si sopravvive a tutto
Si distrugge il distrutto ricostruendo a intarsi la copia fedele dell’innamorarsi
E un tassello alla fine o è dell’uno o è dell’altro
E i sogni si allontanano come i cavalli scossi caduti ai sognatori
Bocconi tra le fragole ma più dolci, più rossi
Ridotti a dolenti spifferi e docili incompetenti
Della lotta incerta tra il ridire e il fare l’amore colloquiale
E lei continua a dirsi
Si sopravvive a tutto per innamorarsi
Amarsi è questo escludere d’essere i soli al mondo
I soli ad esser soli amando, sterminandola l’invincibile armata
Silvia ti ricordi, Roberta ascoltami»

Pasquale Panella
Recanati, 2001

***


Peppino Di Capri, 1963

«Non è vero che non ti voglio più. Lo so, non mi credi, non hai fiducia in me. Roberta ascoltami, ritorna ancor ti prego. Con te ogni istante era felicità ma io non capivo, non t'ho saputo amar».

Sono i versi, famosissimi, di una delle più celebri canzoni di Peppino di Capri, «Roberta». L'allora giovane ma già affermato cantautore caprese la dedicò all'ex moglie Roberta Stoppa. Ma quella che negli anni '60 sembrava una perfetta storia d'amore, si rivelò poi un dramma sentimentale per la donna.

«lo sai,
non è vero,
che non ti voglio più lo so,
non mi credi,
non hai fiducia in me
Roberta ascoltami,
ritorna ancor ti prego
con te ogni istante era felicità
ma io non capivo,
non t'ho saputo amar Roberta,
perdonami,
ritorna ancor vicino a me
Roberta ascoltami,
ritorna ancor ti prego
con te ogni istante era felicità ma io non capivo,
non t'ho saputo amar ascoltami,
perdonami,
ritorna ancor vicino a me».


Giacomo Leopardi, 1828

"A Silvia" è una lirica composta da Giacomo Leopardi, tra il 19 e il 20 aprile del 1828, subito dopo Il risorgimento. Leopardi la scrisse poi in forma definitiva il 29 settembre.

1. Silvia, rimembri ancora
2. Quel tempo della tua vita mortale,
3. Quando beltà splendea
4. Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
5. E tu, lieta e pensosa, il limitare
6. Di gioventù salivi?
7. Sonavan le quiete
8. Stanze, e le vie dintorno,
9. Al tuo perpetuo canto,
10. Allor che all’opre femminili intenta
11. Sedevi, assai contenta
12. Di quel vago avvenir che in mente avevi.
13. Era il maggio odoroso: e tu solevi
14. Così menare il giorno.
15. Io gli studi leggiadri
16. Talor lasciando e le sudate carte,
17. Ove il tempo mio primo
18. E di me si spendea la miglior parte,
19. D’in su i veroni del paterno ostello
20. Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
21. Ed alla man veloce 22. Che percorrea la faticosa tela.
23. Mirava il ciel sereno,
24. Le vie dorate e gli orti,
25. E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
26. Lingua mortal non dice
27. Quel ch’io sentiva in seno.
28. Che pensieri soavi,
29. Che speranze, che cori, o Silvia mia!
30. Quale allor ci apparia
31. La vita umana e il fato!
32. Quando sovviemmi di cotanta speme,
33. Un affetto mi preme
34. Acerbo e sconsolato,
35. E tornami a doler di mia sventura.
36. O natura, o natura,
37. Perché non rendi poi
38. Quel che prometti allor? perché di tanto
39. Inganni i figli tuoi?
40. Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
41. Da chiuso morbo combattuta e vinta,
42. Perivi, o tenerella. E non vedevi
43. Il fior degli anni tuoi;
44. Non ti molceva il core
45. La dolce lode or delle negre chiome,
46. Or degli sguardi innamorati e schivi;
47. Né teco le compagne ai dì festivi
48. Ragionavan d’amore.
49. Anche peria fra poco 50. La speranza mia dolce: agli anni miei
51. Anche negaro i fati
52. La giovanezza. Ahi come,
53. Come passata sei,
54. Cara compagna dell’età mia nova, 55. Mia lacrimata speme!
56. Questo è quel mondo? questi
57. I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
58. Onde cotanto ragionammo insieme?
59. Questa la sorte dell’umane genti?
60. All’apparir del vero
61. Tu, misera, cadesti: e con la mano
62. La fredda morte ed una tomba ignuda
63. Mostravi di lontano.


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