Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

30 Dicembre 2015

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LA PACE
Inedito battistiano con testo ma senza linea vocale.


Le musiche sono sicuramente del 1988 ma il testo?

Secondo il gentilissimo e informatissimo Michele Neri, da me sollecitato sulla questione

«Non c'è alcun dubbio che "La pace" sia del 1988
Quello che segue è il numero del master, che comprende solo la base musicale: RKAA 2580 dove la R indica senza alcun dubbio un master preparato a fine 1988.
Questo è invece è il codice del meccanografico SIAE 88074007600 dove le prime due cifre indicano l'anno del deposito. E Battisti depositava solo cose in procinto di essere pubblicate o addirittura già pubblicate da settimane.»

In merito alla datazione delle parole tuttavia egli concede che

«Per quanto riguarda il testo, invece, non ho informazioni precise. Ero anche io co-autore o collaboratore (non ricordo il mio esatto ruolo in quella trasmissione) nella puntata in cui Panella portò il testo del brano (che poi lesse mi pare Maria Concetta Mattei). E' possibile che Panella abbia scritto il testo tempo dopo la realizzazione della base. Io non ricordo cosa disse Panella a proposito però potrebbe anche aver detto che il testo lo aveva scritto molto tempo dopo, su richiesta di Battisti che magari voleva riesumare il brano. Purtroppo non ricordo.»

Personalmente sono del parere che il testo di "La pace" sia molto più recente. Stilisticamente non mi sembra avere alcuna parentela con "L'apparenza" (il lessico e la scorrevolezza ricordano piuttosto canzoni più recenti scritte per Minghi).

[Ringrazio M.Neri per la consueta cortesia e la disponibilità a pubblicare tali informazioni]


Interpretazione

L'io della canzone parrebbe essere un autore di canzoni (Pasquale Panella) che rimembra le insistenti richieste del cantante (Lucio Battisti).


La pace
(testo di Pasquale Panella)

«Cosa faccio? Io godo.
Me la godo la pace.
E questa è una parola che non si può dire con due.

E me la godo la pace
L’indicibile che non è dipingibile né descrivibile
Mi godo te che me lo senti dire
E illustri astrattamente copertine per questa mia illeggibile macchinazione

“Fammi gli intrecci”,
non è un'invocazione
è imperativo!

“Fammi che è vivo,
e tu nascosto da una pianta t’accosti dannoso”

“Fammi che è notte
o la zona più boscosa che riesci all’istante ad allestire”

“Fammi il fruscio con la bocca, col punto più strisciante del tuo corpo”

“Fatti allarmante,
fa tremare come un lampadario minuzioso tutto il circondario da questo verde cupo a qualcosa di nevoso, lontanissimo”

“Smeriglia l’aria
falla stridente
in quel modo che sospendi a fili tesissimi i denti sensibili”

Fammi dire: “non farlo”, ma fallo.
Fatti luccicante
e parlo dell’abile taglio del tuo batter d’occhio
su uno specchio d’acciaio.

E chiedimi cosa faccio.
Mi godo la pace
Te lo ripeto: io godo
E tu non puoi farci niente

Mi godo la pace seguente,
ossia te che me lo senti dire
E per un momento taci
Mi fai sentire lo scollamento delle labbra
delle guance dalle gengive,
come quando si dice: “mah”.

Mi fai sentire la tua acca muta.
Mi fai sentire che non sai che dire

Mi fai godere la pace sovrumana
che in una parola non si può dire»


La musica


La musica, per sempre separata dalle parole, ovviamente è splendida ma non senza una vena di malinconia:



L'arrangiamento ricorda moltissimo la canzone l'Apparenza del 1988.



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