Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

24 Febbraio 2016

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Pre-Panella

Ripensando al pre-Panella il punto della questione è su chi fosse realmente l'io della canzone: l'autore, l'interprete o l'ascoltatore?

A posteriori si potrebbe raccontare il “problema” con il Battisti di Mogol come il conflitto fra voce e parole che venne a crearsi con la ripetizione della stessa formula e il successo che enfatizzò l’effetto di teatralità del personaggio di Lucio Battisti.

L’alchimia del verso cantato di cui parla G. Salvatore nel suo mirabile saggio non è soltanto quella del testo con la melodia (non è soltanto l’adeguamento semiotico della lingua all’armonia, studiato a tavolino da Mogol) ma anche quella combinazione perfetta di voce e parole (la semiotica del suono, del timbro della voce operata da Battisti che cantava rivolgendosi a una persona sola).
Paragonata a quella dei talentuosi cantanti dell’epoca, la voce quasi afona di Lucio Battisti era la voce dell’uomo comune che riusciva in maniera inattesa a destreggiarsi agilmente nelle melodie sofisticate delle sue canzoni. Questa voce, in apparenza così poco dotata per il canto, che declamava le parole del linguaggio di tutti i giorni contribuì in maniera determinante a produrre quel fenomeno di immedesimazione in cui consiste l’efficacia indiscutibile delle canzoni di Mogol e Battisti di quel periodo. Il successo delle loro canzoni riuscì ad imprimere nell’immaginario del pubblico e della critica un nuovo modello vocale. Ma sul finire degli anni Settanta quella di Battisti non era più una voce qualsiasi. E il primo a intuire il conflitto che si era generato fra le parole dell’uomo comune e la voce del divo fu proprio Battisti.


Post-Mogol

Il sodalizio fra Battisti e Panella si chiuse invece con una riflessione sull’indicibile bellezza del volto dell’amata nel momento della massima intimità. Senz’altro Battisti non si rese conto che "La voce del viso" doveva essere il suo canto del cigno ma da quel punto in poi non avremmo mai più ascoltato la sua voce proferire parole nuove.


Questo finale in falsetto fissa per sempre nella memoria il timbro di una voce senza volto perché per il suo pubblico Lucio Battisti era ormai, da tempo, solo l’ombra di un profilo.

Da “Don Giovanni” a “Hegel” alla ricerca di una sintesi fra disillusione sentimentale e illusione amorosa che si realizzerà da prima nell’estetica, cioè nella bellezza (ciò che a tutt’oggi rimane del duo Battisti-Panella), e infine nel “Cantar d’amore” (Amedeo Minghi 1996) come unica soluzione possibile del cantar sul serio l’amore leggero.


Post-Battisti

Nel 1996, a dieci anni esatti dalla pubblicazione di “Don Giovanni”, dopo una serie di successi non trascurabili, Panella suggella la sua collaborazione con Amedeo Minghi mettendo la parola fine ad un discorso iniziato nel 1987 sulle ceneri del nascente progetto dei bianchi. 

L’ellepì intitolato “Cantare è d’amore” riesce a combinare la disillusione sentimentale di “Don Giovanni” con l’amore incondizionato di “Francesco innamorato” (Mike Francis).


La consapevolezza dell’innamorato d’essere preda di un’illusione che non è la verità però è vera, rappresenta la sintesi hegeliana fra Logos e Pathos: la volontà di essere innamorati, di credere a un’illusione accoglie in sé sia il cinismo di "Le cose che pensano" che l’intima spontaneità del discorso amoroso di "Vattene amore".



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