Battisti - Panella: da Don Giovanni a Hegel
 

2 Maggio 2016

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LEZIONE DI ESTETICA DELLA CANZONE
di Pasquale Panella

L'autore parla delle proprie creature, dei suoi versi che distende e incolla a pezzi sulla musica per ottenere una canzone che rappresenti i monenti di intimità degli ascoltatori, omologandoli nel linguaggio che diventa in comune, le parole di tutti.

Lui scrive così, in bilico correndo sempre il rischio di cadere, di sbagliare (di fare e di farsi male). Ma il pubblico di questo non se n'accorge.  Il pubblico non lo vede, vede solo il cantante.

Alla fine viene fuori un "manifesto": il ritratto di un personaggio, un divo che è appunto il cantante. Ma il pubblico non capisce la duplice natura del cantante di canzonette. Essi sono in due, lavorano in coppia l'autore e l'interprete.

Il paroletario, rivoluzionario dei bianchi Pasquale Panella rifugge i commenti sciocchi sulla canzone, le adulazioni del successo e del sentirsi importante dell'arte... 


La canzone delle creature
(Pasquale Panella, Rieti il 7 ottobre 2007)

«Anche io ero qualcos’altro
Facevo l’attacchino
Con la colla e la scala
Eravamo in due
Uno in terra e l’altro in cielo
Eravamo un gruppo
Quello sotto incollava su un piano inclinato
Poi appallottolava la testa di un rettangolo di manifesto
Poi lo lanciava a me sulla scala
Ero già in cielo come una stella, una star
Spianavo sul tabellone quel rettangolo di seduzione
E lo distendevo con una spazzola
Pezzo a pezzo formavo il manifesto
In uno spettacolo
Io facevo spettacolo direttamente sul manifesto
che non era nemmeno il mio
ma io ero il mio spettacolo
ho sempre pensato di togliermi questo sfizio
incollare un mio manifesto, lo farò
no, non lo farò, non lo farò
sai cos’è questa, sai cosa è questa?
Considerazione di me, tu non la conosci
Con che faccia te l’aspetti dagli altri
Immagina me sulla scala che incollavo manifesti come se stessi fingendo di farlo
Pensaci, pensaci ti pare una cosa da farsi?
Lo era, lo era. Lo sarebbe stato per tutti solo io fingevo
Giuntando pezzi di pubblicità
Ma non si vedeva.
Cosa si vedeva?
Un attacchino sulla scala che si accontentava
E in mano cosa avevo una spazzola e non ero nemmeno un batterista soffice
Bisogna accontentarsi di quello che si ha per ottenere l’inimmaginabile
Quello che poi pensi mentre ti accontenti o è un lamento o una ririvolta
Il mio pensiero era la rivolta, una rivoluzione
Te con la colla e con la spazzola, inchiodare il manifesto alle sue responsabilità
Spianare, livellare, creare uguaglianza
Io mi sporgevo da quella scala, oscillavo in maniera pericolosissima
Cadevo ogni volta, da quattro metri, cinque metri, cinque ogni quattro, cinque minuti
Si vedeva? Non si vedeva
Cadevo per me, nessuno sapeva nulla di quello che pensavamo
Nessuna sapeva che io cadevo.
Mi facevo male? Non mi facevo male
Perché non mi aspettavo nessun soccorso né commiserazione
Io non avevo un pubblico quindi non mi facevo male
Io scrivo sempre, scrivo sempre i miei testi in bilico
Su un piolo a qualche metro da terra
Li incollo alla musica, li distendo con una spazzola,
metto insieme i versi come i settori di un manifesto che alla fine appare bello, tutto intero bello e fatto.
Cosa mi rappresenta?
I vostri denti bianchi, i vostri indumenti intimi, i vostri corpi, i vostri profumi
Io creo l’uguaglianza dei vostri costumi.
Tutto cosa aspetti?
Il giudizio dei contemporanei
Eh, il giudizio…
Gli dai la parola dopo avergli dato la musica.
Più ne parlano bene eh… della tua musica, più gli lasci la parola
Eh certo, più se la prendono eh…
Quando mai la smettono se questo gli permette di non ascoltare la tua musica insopportabile
Sai quale è il pericolo e il pregio mmm…, dell’adulazione, mmm…?
È ovvio, la finzione.
Adulare è una aspirazione, una ambizione
Tu e i tuoi amici rinnovate il piacere della corte
Diventate nobili tu il principino e loro gli aristocratici
La frustrazione crea dinastie nobiliari più del sangue blu
Sulla scala io ho già fatto la rivoluzione
Anche contro di voi
Io vivo delle mie parole ossia di me stesso, sono un paroletario mm…?!
Attento a te mio bel principino, tu sogni
Primo errore: componi sognando; e poi speri, componi sperando;
secondo errore: fai sogni impossibili
terzo: e nutri speranze impossibili;
quarto: sei come tutti un onesto dittatore su te stesso, sul tuo pessimo stato
sopprimi l’essere umano, l’essere umano che alle volte riesce a fare ciò che è possibile
eh.. tu non sai cosa può l’essere umano
può perfino godere
non ti interessa il possibile, ti interessa lo straordinario, la cosa dell’altro mondo
eh eh… diventi orientale per puro esotismo
in ciò che per te è veramente incredibile, in questo credi
sei polistirolo espanso, sei silicone nello stesso tempo, detestandoli tutti e due questi isolanti ma tu allo stesso modo ti siringhi, ti inzeppi, ti spremi, ti spandi immobilizzandoti, spargendo te stesso e credi di riempire le crepe del mondo.
Ma in nome di che?
No dico: in nome di che?
Ma non di uno scherzo, non di uno scherzo o di uno sberleffo, non di una pernacchietta, di una bolla d’aria divisoria nel sigillante
No, no, no … tu fai tutto questo in nome dell’arte
Della tua arte tra le tue mani e tra le tue mani spremi te stesso come una….
Non lo so, come si chiama? Peretta di te.
Tu sei appiccicoso, la tua sostanza lo è
La tua anima è colla, tra il liquido e il solido del tuo corpo c’è l’appiccicoso della tua anima
Cosa ci fai con la tua anima? Ci si incollano i manifesti…
Tu pensi che l’arte sia come te quando tu sei ridicolo, eh..?
Ossia quando fai il nobile…
Tu, ah pensi che l’arte sia nobile?
Eh appunto, la cosa più nobile del mondo.
No sai che ti di.. No, tu sai dal …, sì dal tuo punto di vista hai ragione
Tu sei nobile e ridicolo eh, eh… anche l’arte così come la vedi tu lo è:
ridicola adulazione un nobile
eh la canzone è la forma d’arte più ridicola
a cosa serve? A questo: è un rivelatore finché il pubblico si rende conto delle cose ridicole che ascolta qualcuno saprà a che punto è credulo un essere umano
quello capita nelle canzoni non può succedere in nessun posto del mondo
lo spettacolo lo sostituisce il mondo
con l’aria che separa il pubblico dalla scena, questa è l’arte.
Ma questa è l’arte: l’aria, l’aria.
Tu stai sacrificando la tua vita all’aria.
Ma è già qualcosa, è segno che respiri.
Ma non glie ne importa niente a nessuno
A ogni mio respiro, devo dirlo, vero o no, devo dirlo ogni mio respiro appartiene al pubblico, al pubblico l’ho detto, l’ho detto.
Perfino il nostro disprezzo e le nostre fughe sono un loro patrimonio, anzi nel nostro disprezzo e nelle nostre fughe siamo ancora più servili.
Gli offriamo sulla nostra schiena d’argento il nostro peso della nostra pena.
E in più ci concediamo per denaro, il che ci fa degni di una grande attrazione e nello stesso tempo di un grande ribrezzo.
Ah il pubblico ha le sue esigenze sai: gridare “bravo”, gridare “bravo”, applaudire, rimediare argomenti di conversazione, farsi vedere; dire: “oh io ho ascoltato l’ultimo…”, “no, mi ricorda il primo… poi il periodo di mezzo….” eccetera; aspettarti all’uscita, pedinarti.
Mi pagano bene, mi pagano bene perché io creo lavoro dai baristi alle hostess, alle guardarobiere, alla sicurezza, ai fonici, ai datori di luce eccetera…
Io faccio circolare il denaro, faccio circolare il sangue: fra le poltrone vicine creo…. un traffico di gomiti, di ginocchia, di appuntamenti.
Amori tra amanti, tra innamorati fedeli, tra i tanti sessi dell’essere umano..
Oh! E rubano portafogli nelle vesti, qualcuno fa il pazzo per un posto occupato, volano pugni e schiaffi.
Io faccio guadagnare i medici e gli avvocati, i sarti, i parrucchieri, gli stilisti, […], tabaccai, […].
Il pubblico vede in me l’artista, io vedo nel pubblico il mondo.
Ti sto parlando del mondo.
Anche un riparatore di biciclette potrebbe dire le stesse cose che ho detto io ma non quelle che dici tu.
Tu non dici niente. Cosa fai nel mondo? Ripari bicilette? No.
Tu fai l’incompreso. Tu nemmeno metti toppe, tu nemmeno tappi le bucature.
A me come un ladro mi hanno scoperto, il nostro destino non ci appartiene.
È di chi ci scopre, di chi ci coglie sul fatto. Non esistono geni incompresi, al massimo esistono schiavi incompresi.
Non ci appartiene il destino, non ci appartiene. L’uomo è nato per essere scoperto come schiavo….»

[trascrizione mia]




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